Rizzoli, 19
€
Taniguchi
ci regala un inno d’amore per l’arte, uno splendido volume a colori, un
pellegrinaggio tra le sale del Louvre. La trama è simile a quella di “Memorie
di Iris” di Keiko Ichiguchi. Il protagonista si ritrova in una realtà parallela,
catapultato a stretto contatto con lo spirito delle opere che contempla,
incontrando grandi pittori e intellettuali in un viaggio senza tempo. Chû Asai
e Söseki Natsume ci fanno ritrovare il legame tra pittura occidentale e
nipponica, mentre il riferimento a Vincent Van Gogh ci porta fuori, nella
stupenda cornice naturale di Auvers-sur-Oise rivelando una fascinazione per
l’ambiente, anche se qui resta in fase embrionale, senza arirvare agli estremi
poetici di “L’olmo “ o “L’Uomo che cammina”. Anche con Kurosawa eravamo entrati
un quadro, ma in quel caso il dramma era palpabile ed evidente. Nonostante le
ottime premesse “I Guardiani del Louvre” non arriva alle vette di "Pepita" –
insuperabile art book di Inoue su Antoni Gaudí – o “Gokusai” manga in cui
compaiono diversi maestri tra cui spicca una totale identificazione tra il personaggio principale e il grande olandese.
Il disegno non è abbastanza accurato per rendere il tratto originale ei
paesaggi e anche la storia è eccessivamente confusa e avrebbe meritato uno
sviluppo più lungo e articolato. Si nota
l’attenzione dell’autore per l’uso dello spazio, per la divisione delle tavole
che rende bene nel grande formato e per la gastronomia esplorata con la
curiosità di un gourmet; Non si può certo bocciare del tutto un lavoro del
sensei che ha trionfato ad Angoulême ma non lo si può consigliare come primo
approccio a un corpus complesso.martedì 24 maggio 2016
venerdì 6 maggio 2016
FRANTZ E IL GOLEM
Orecchio Acerbo, 48 pp., 16.50€
“Frantz e il Golem” ha i suoi riferimenti in una storia classica delle
leggende ebraiche, quella del gigante d’argilla senz’anima che fu creato nel
ghetto di Praga per difendere la comunità dalle persecuzioni, ma ci sono degli
interessanti echi visivi di questa figura nel panorama letterario e grafico a
livello mondiale. Innanzitutto pensiamo a Frankestein, o meglio alla Creatura
di Mary Shelley che molto aveva dell’umano ma non il dono della parola. Il
Golem nasce dalla scrittura ma non può essere considerato completo perché gli
manca la bocca e quindi il linguaggio. Spostandoci nel tempo e nello spazio
troviamo diversi esempi di questa meccanizzazione nel fumetto giapponese, che
dal concetto di esoscheletro ha generato un intero filone narrativo in ambito
fantasy e fantascientifico: dal robot spirito di “Shaman King” fino a Litchi
costruito dai ragazzi terribili del Club della Luce. è la purezza di una
ragazza a fermare la furia distruttrice di un pupazzo spaventoso che, non
avendo la Ragione, non possiede nemmeno il concetto di Bellezza ma ne può
sentire gli effetti e i riverberi. È
qualcosa di opposto rispetto a un’altra coppia letteraria di corpi vuoti, che
ancora unisce Europa e Sol Levante. Il cavaliere inesistente Agilulfo e Al, l’armatura
di “FullMetal Alchemist” sono puro idealismo, ovvero esseri che tentano di
esistere nonostante la loro immaterialità. Qui è il disegno di Maurizio
Quarello a rendere le atmosfere buie e impalpabili della capitale ceca, in una
risoluzione a temporale che ha tutta la brumosità del “c’era una volta” e che
dà una profondità diversa, anche illustrativa, grazie a una serie di tavole
che, pur essendo puntualissime, diventano anche il contrappunto di una serie
più ampia di considerazioni aneddotiche ampliando il qui e ora in una serie di
piani interpretativi diversi. Resta aperta una domanda: chi è Frantz? Il Golem
non è solo una cosa plasmata dalle mani del Rabbi, ma è anche e soprattutto
qualcosa che vive dentro di noi, il segreto stesso dell’alterità che si risolve
nel dialogo.
martedì 19 aprile 2016
BRANCACCIO Stassi / Di Gregorio
martedì 29 marzo 2016
BRUNO CATTANI
“Da
una fotografia non ci si deve affatto aspettare più di quanto essa offra. Una
fine riproduzione dell'accadere esteriore assomiglia alle impronte che ci hanno
lasciato certe bestie rare nella pietra. Esse offrono certamente del materiale alla
vista – il modo però in cui la vita dei grandi animali si svolse nei suoi
movimenti segreti è tutto da presagire e richiede della fantasia” scriveva il
filosofo tedesco Ernst Jünger. La fotografia altro non è se non una traccia che
fissa un luogo nel tempo ma lascia nascosta la sua vera natura, consegnandocene
un segmento separato dal tutto e sottratto allo scorrere degli eventi. Nell’immagine
resta quel qualcosa di indefinito che si delinea solo – e in maniera sempre
effimera – attraverso la memoria. è dunque attraverso lo sguardo consapevole
dello spettatore che un particolare assume importanza diventando parte
rilevante di un tutto che è contemporaneamente espressione del qui e ora e
vestigia del passato. Le due dimensioni sono vicinissime, si sfiorano, si
scompongono e ricompongono grazie all’accento dubitativo dell’approccio critico
dato dal taglio inconsueto della prospettiva, le distanze si allungano o si
accorciano su sfondi di desolazione padana che si allargano verso l’alto, dando
un nuovo contesto ai giocattoli, alle giostre e ai cavallini, ai parchi e alle
camere d’albergo che conservano il passaggio umano solo parzialmente,
restituendoci un’intimità pienamente soggettiva e onirica Con un sur-realismo
metafisico che rievoca Palumbo, s vola come in un gioco di cavalieri e ai cade
come un Cristo deposto, sempre inseguendo le domande che fanno da ossatura alla
formazione individuale. Cattani ripesca frammenti nella scatola dei ricordi e li
pone in sequenza, raccontando l’infanzia con toni nostalgici ma anche
sognanti, concreti eppure ancora giocosi: c’è spazio per l’utopia che, pur
contraddistinguendo i giochi dei bambini, non abbandona la visione adulta, più
disincantata e malinconica.
Fino
al 3 aprile in Sala Liguria, Palazzo Ducale
giovedì 18 febbraio 2016
I GILLESPIE Jane Harris
"I Gillespie"
riprende lo stile vittoriano di Collins Wilkie e, a tratti ne ricalca l a
brillantezza nella composizione dei particolari che contribuiscono a creare un
quadro complessivo con diversi punti di vista.
Tuttavia la scrittura risulta a volte piatta e non risulta coinvolte,
anche se ha una buona ripresa nella seconda parte, dedicata alla controversia. Come
nei classici del genere legal, l’ultima parola spetta ai giurati / lettori
ovvero resta il dubbio sulla figura della protagonista, Harriet Baxter. Il suo
incontro con Annie e Ned Gillespie è fatale: la famiglia diventa un suo rifugio
in un momento difficile della sua vita e il rapporto d’amicizia si fa stretto,
quasi al limite della morbosità che viene poi adombrata dalla tragedia. Tutti i
personaggi hanno una relazione di esclusività possessiva gli uni con gli altri.
Il romanzo di Jane Harris è prima di tutto un saggio sulla vita della donna
alla fine dell’Ottocento in Inghilterra e in Scozia – con la contrapposizione
tra un passato fin de siécle e un presente
datato 1933 – nonché un’attenta analisi del tessuto socio-culturale di Glasgow
nel periodo dell’Esposizione, con il merito di riscoprire una congrega di
artisti poco conosciuti ma pregevolissimi. È quindi un peccato che la scelta
dell’immagine di copertina sia ricaduta su un pittore americano quando sarebbe
stato meglio utilizzare ad esempio un quadro di Edward Atkinson Hornel. I riferimenti
storici sono accurati e ben documentati e costituiscono, insieme alla
descrizione minuziosa dei paesaggi urbani e semi-rurali scozzesi – specialità di
Harris – il punto di forza della vicenda.
lunedì 16 novembre 2015
SCENE DA UNA BATTAGLIA SOTTERRANEA Roberto Fogwill
Partiamo da una considerazione dello stesso Fogwill: “Scene
da una battaglia sotterranea” non è un libro contro la guerra ma contro un modo
stupido di concepire la guerra, perché non si può scrivere contro la pioggia o
contro la neve. Non c’è nessuna connotazione ideologica in questo libro corale,
ma piuttosto la più cocente e cruda umanità. Alcuni lo hanno paragonato per
efficacia a “Il sergente nella neve” di Rigoni Stern ed è effettivamente così.
Non è l’esperienza dei patrioti, non c’è nessuna connotazione ideologica. Nel
1982 l’Argentina combatteva una guerra assurda per il dominio sulle Malvine
/Faulkland, isole fredde adatte solo ai pinguini e i cui pochi abitanti umani
non sono né argentini né inglesi ma un gruppo quasi autonomo, isolato e
incerto, vicino al mito se non altro per il miraggio di una futura pace
indipendente dai maneggi politici delle grandi potenze. In questo scenario
desolato si svolge l’avventura degli “armadilli”, un distaccamento di soldati
che vive sottoterra e che, nel buio dei cunicoli, pensa alla propria
sopravvivenza scambiando merce con tutti, anche con il nemico, dato che a un
certo punto del conflitto, quando la fine sembra ormai prossima nel bene o nel
male, le carte si confondono e alcuni britannici si uniscono alle fila di
questi fantasmi che fantasmi non sono. Molti di loro sfiorano la leggenda
apparendo dal nulla in superficie, ma è soprattutto la loro umanità a essere in
gioco. Nella descrizione di una collettivizzazione forzata di qualsiasi
intimità, Fogwill non è mai retorico e la paura è al centro delle sue immagini
potenti che, senza essere una vera raccolta documentaria, sono comunque la
testimonianza non solo di un momento storico, ma anche del sentimento di un
popolo che vede sfumare una bolla d’illusioni. La letteratura – trasformata in
autore / personaggio – è una missione (o meglio una vocazione) deve assumersi
il pesante onere di raccogliere questo sentire comune per giungere alla reale
comprensione dei meccanismi interni della società.
mercoledì 19 agosto 2015
CRIMINALI DA STRAPAZZO
CRIMINALI
DA STRAPAZZO è un film del 2000 firmato Woody Allen.
Niente di nuovo. Ray (Woody Allen) è un ladro che vuole continuare la sua
“carriera” e progetta di rapinare una banca scavando un tunnel usando un
negozio di biscotti come copertura ma la ricetta della moglie Frenchy (Tracey
Ullman) ha un enorme successo e, mentre il colpo va a monte, la coppia diventa
ricca con una produzione dolciaria in franchising. Niente di nuovo (Non c’era qualcosa di simile
addirittura con Totò?. Tutto si regge quindi sulla comicità del duo Allen
/Ullman che in America è sinonimo di sicure risate – tanto da avergli fatto
aggiudicare il National Sociaty of Critics Award. Il film è indubbiamente
brillante, ricco di sarcasmo. Ray e Frenchy sono i classici parvenue, nuovi borghesi
con una casa troppo kitsch e vestiti troppo vistosi. Frenchy su accorge del gap
culturale e si affida al mercante d’arte e mecenate spiantato in cerca di denaro David (Hugh Grant – che come al solito
è più bello che espressivo!) per affinare il vocabolario e farsi dare qualche lezione
d’arte, musica, teatro, letteratura e persino gastronomia … per poi completare
la formazione in Europa, ma tutto precipita quando lei scopre di essere stata
truffata. I contabili hanno lasciato un mare di debiti e la Sunset Interprise
deve dichiarare bancarotta.
Ray intanto ha tentato un nuovo colpo
con la complicità della cugina di Frances, May (Elaine May – altra spalla
comica d’eccezione, esilarante nel ruolo della svampita).
Una piccola nota sull’arte all’interno del
film: tutti i riferimenti citati sono corretti tranne quello a Damon Dexter una
presunta scoperta di David Grant. Ci si potrebbe divertire a scrivere un
commento sui quadri astratti di questo autore dalle pennellate decise e
materiche che, con una scelta cromatica limitata, avvicina il pubblico all’essenza
della natura trasmettendone al contempo l’urgenza fenomenologica.
Altra parentesi interessante riguarda la
traduzione del titolo originale, SMALL-TIME CROCKS con “Criminali da Strapazzo”
quando forse la versione più letterale sarebbe stata qualcosa come “Le bugie
hanno le gambe corte”, anche se sarebbe stata di minor impatto. In ogni caso si perde l'assonanza tra "crocks" (bugie, sciocchezze) e "cookies" (biscotti)
Pur conservando l’osservazione della
società statunitense tipica dei film di Allen, questa pellicola non ha pretese
di spessore toccando invece buoni livelli di comicità.
Iscriviti a:
Post (Atom)










