Sembra che ci siano anni pervasi da una strana forza creatrice, una corrente che potremmo definire “energia situazionale” che fermenta facendo incontrare i grandi personaggi, tutti sulla stessa scacchiera. Negli Stati Uniti, l’estate del 1927 è uno di questi momenti unici. Recentemente poi, la figura di Charles Lindbergh e il sogno del volo hanno conquistato il mondo dell’arte narrativa assumendo varie forme: il libro di Bill Bryson è tanto storicamente documentato quanto “Transatlantic”di Colum McCann è avventuroso e “La Moglie dell’Aviatore” di Melanie Benjamin è rosa. Con “L’Estate in cui Accadde Tutto”, l’autore ci guida in una carrellata di aneddoti, fatti e persone sempre sopra le righe che hanno modificato profondamente il volto dell’America e di tutto l’Occidente. Tornando sempre alla figura romantica e frustrata del pilota di Saint Louis, ciascun capitolo analizza un elemento del costume sociale degli Anni Ruggenti: il baseball e la boxe; la rivoluzione dei trasporti e i prodromi della crisi finanziaria; la letteratura e il cinema … Il lettore può quindi procedere in maniera lineare, per avere un quadro d’insieme, oppure dedicarsi soltanto alcuni aspetti ma troverà sempre qualche spunto indimenticabile e storie talmente incredibili che sopravanzano la fiction. L’effetto finale è quindi ambivalente: se l’estrema accuratezza della ricerca è senz’altro ammirevole, a volte rischia di diventare troppo puntigliosa, specie nei passaggi più tecnici. Nato in Iowa ma residente in Inghilterra, lo stile del giornalista coniuga il meglio delle due impostazioni anglosassoni in un racconto ironico e sottile.
mercoledì 14 gennaio 2015
L'ESTATE IN CUI ACCADE TUTTO Bill Bryson
Sembra che ci siano anni pervasi da una strana forza creatrice, una corrente che potremmo definire “energia situazionale” che fermenta facendo incontrare i grandi personaggi, tutti sulla stessa scacchiera. Negli Stati Uniti, l’estate del 1927 è uno di questi momenti unici. Recentemente poi, la figura di Charles Lindbergh e il sogno del volo hanno conquistato il mondo dell’arte narrativa assumendo varie forme: il libro di Bill Bryson è tanto storicamente documentato quanto “Transatlantic”di Colum McCann è avventuroso e “La Moglie dell’Aviatore” di Melanie Benjamin è rosa. Con “L’Estate in cui Accadde Tutto”, l’autore ci guida in una carrellata di aneddoti, fatti e persone sempre sopra le righe che hanno modificato profondamente il volto dell’America e di tutto l’Occidente. Tornando sempre alla figura romantica e frustrata del pilota di Saint Louis, ciascun capitolo analizza un elemento del costume sociale degli Anni Ruggenti: il baseball e la boxe; la rivoluzione dei trasporti e i prodromi della crisi finanziaria; la letteratura e il cinema … Il lettore può quindi procedere in maniera lineare, per avere un quadro d’insieme, oppure dedicarsi soltanto alcuni aspetti ma troverà sempre qualche spunto indimenticabile e storie talmente incredibili che sopravanzano la fiction. L’effetto finale è quindi ambivalente: se l’estrema accuratezza della ricerca è senz’altro ammirevole, a volte rischia di diventare troppo puntigliosa, specie nei passaggi più tecnici. Nato in Iowa ma residente in Inghilterra, lo stile del giornalista coniuga il meglio delle due impostazioni anglosassoni in un racconto ironico e sottile.
martedì 6 gennaio 2015
FRIDA KAHLO E DIEGO RIVERA
AL PALAZZODUCALE di GENOVA, fino all'8 FEBBRAIO 2015
La mostra del Palazzo Ducale di Genova – aperta sino all’8 di febbraio 2015 – esplora il
rapporto tra le due voci più celebri dell’arte latino-americana proponendo una
ricca selezione di opere di entrambi. Particolarmente interessante la sezione
dedicata a Rivera, con numerosi lavori su tela, schizzi e un bel video che
mostra i dipinti murali in tutta la loro imponenza. Si tratta perciò di un
percorso complementare rispetto a quello dell’esposizione romana, che era
invece incentrata sul lato femminile della coppia, spostando l’accento
sull’aspetto psicologico dell’atto creativo. Il paragone tra le tappe italiane
dell’evento sono possibili solo in parte, e forse per rilevare carenza
dell’esposizione genovese: nonostante gli ottimi pannelli esplicativi, manca un
riferimento diretto al corollario dal quale è germogliato il talento espressivo
di Frida. Ma le brillanti conferenze, gli approfondimenti e
le proiezioni speciali colmano in parte
questa lacuna. Unica pecca dunque è la carrellata di abiti tipici che Frida
soleva indossare, ma la sfilata sui manichini nelle loro teche in piccolo
spazio al finale appare troppo statica.
Diego e Frida. Lui completamente aperto al sociale e al
pubblico, lei rivolta all’introspezione, immersa in un universo privato.
“Dipingo me stessa perché è ciò che conosco meglio”, ha scritto nei sui diari. Non
si tratta di Surrealismo, ma di qualcosa di più profondo e intimo che
rappresenta una solitudine condita di macabra ironia attraverso i rincorrersi
dei simboli. La tradizione messicana a braccetto con una componente bianca
derivata dal padre tedesco. A partire dal tragico incidente che le spezza la colonna
vertebrale in tre punti e pregiudica per sempre la possibilità di essere madre,
l’autoritratto diventa per Frida un bisogno ossessivo di indagare gli stati
d’animo e i piccoli mutamenti di una vita quasi immobile. E poi il secondo
“incidente”: l’incontro con Diego Rivera e l’amore travolgente che dà senso e
disperazione a un’esistenza intera. I due sono complementari. Lui, artista già
affermato, ha alle spalle gli studi accademici, i viaggi in Europa (in Italia e
a Parigi), le influenze dei più grandi artisti di quell’effervescente debutto
del secolo. Lei è un’autodidatta dalla tecnica imperfetta ma il suo stile
rivela un’energia comunicativa non comune. La loro è una relazione basata sui
sensi e sui colori, sull’immagine prima ancora che sulla condivisione.
Fin
dall’inizio, i due si mettono in posa, diventando icone del loro tempo, oltre
che portatori di una bandiera politica. Frida è la musa che compare in molti
murales del marito, accanto a una miriade di altri personaggi, in un pantheon
stratificato di significati ideologici; Diego è il centro dell’universo per la
Kahlo, che lo trasforma in padre, madre, amante, idea fissa. Una carrellata di
fotografie, scattate da grandi maestri dell’obiettivo – tra i quali anche Nickolas
Muray che il Ducale sta ospitando con una monografica –, coglie immortala i
coniugi insieme o separatamente inaugurando la logica mediatica dell’immagine
pop.
La mostra del Palazzo Ducale di Genova – aperta sino all’8 di febbraio 2015 – esplora il
rapporto tra le due voci più celebri dell’arte latino-americana proponendo una
ricca selezione di opere di entrambi. Particolarmente interessante la sezione
dedicata a Rivera, con numerosi lavori su tela, schizzi e un bel video che
mostra i dipinti murali in tutta la loro imponenza. Si tratta perciò di un
percorso complementare rispetto a quello dell’esposizione romana, che era
invece incentrata sul lato femminile della coppia, spostando l’accento
sull’aspetto psicologico dell’atto creativo. Il paragone tra le tappe italiane
dell’evento sono possibili solo in parte, e forse per rilevare carenza
dell’esposizione genovese: nonostante gli ottimi pannelli esplicativi, manca un
riferimento diretto al corollario dal quale è germogliato il talento espressivo
di Frida. Ma le brillanti conferenze, gli approfondimenti e
le proiezioni speciali colmano in parte
questa lacuna. Unica pecca dunque è la carrellata di abiti tipici che Frida
soleva indossare, ma la sfilata sui manichini nelle loro teche in piccolo
spazio al finale appare troppo statica.mercoledì 17 dicembre 2014
ANIME BALTICHE
Iperborea, 501 pp., 19 €
Oggi parliamo spesso di “Europa unita” ma continuiamo a non
conoscere i nostri vicini. Le neo-ammesse Repubbliche Baltiche sono l’ultima
frontiera prima del blocco russo e per noi sono solo un vago mistero, luoghi
suggestivi ma in fondo grigi. Il viaggiatore e biografo olandese Jan Brokken ci
dimostra che non è così: Estonia, Lettonia e Lituania hanno sempre avuto un
panorama vivacissimo e vario.
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| Mikhail Einstein - Riga |
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| Tallinn |
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| Vilmius |
Nel suo tour, lo scrittore riscopre e ci regala
grandi personaggi che su quelle terre fredde si sono formati: Hannah Arendt e
Romain Gary, Arvo Pärt e Mark Rothko; e poi tanti altri che si sono incrociati
senza toccarsi in quel puzzle d’identità linguistico-culturali nato da
molteplici influenze, con la Germania e la Polonia da un lato e l’Unione
Sovietica dall’altro e l’ebraismo come tratto comune.
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| Hannah Arendt |
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| Arvo Part |
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| Mark Rothko |
Ci sarebbe abbastanza materiale
per un romanzo ricco d’avventure ma “Anime Baltiche” non è una storia di
fiction quanto piuttosto un intreccio corale di voci reali. Come un Chatwin del
Nord con più talento narrativo e meno supponenza, l’autore ripercorre i
sentieri del passato per riportare aneddoti e frammenti che molti hanno
dimenticato, nomi cambiati decine di volte nel corso dei secoli e che sono
stati relegati ai margini della Storia ufficiale. Ci si sposta su una cartina
che, per noi occidentali, resta confusa ma ogni ritratto ha un fascino che
rende umani i protagonisti, mettendo al contempo in luce il senso di frattura
che aleggia, perché sembra che gli anni della diaspora e poi la repressione
così incredibilmente vicina abbiano rinforzato il senso di appartenenza di
questi popoli.
martedì 9 dicembre 2014
ACQUEFORTI DI BUENOS AIRES Roberto Arlt
Del Vecchio Editore, 291 pp., 15 €
Le “Acqueforti di Buenos Aires” sono piccoli ritratti di una
città che cambia. Roberto Arlt è uno scrivano-fotografo che, prima di cesellare
i suoi articoli scendeva in strada e descriveva le figure tipiche di una nuova
urbanità: il commerciante, l’indolente, l’emigrato appena sbarcato, il
giocatore. Il risultato è una serie di cammei tracciati con sagacia dallo
sguardo di un outsider e apparsi sul quotidiano “El Mundo” nel 1933. L’autore
non risparmia nessuno nella sua critica ironica della nuova società e, con i
suoi strali, blocca un momento, un quadretto o un modismo caratteristico. Il primo
rimando è quindi alle “Fotografie” di Rodolfo Walsh, ma c’è anche qualcosa
dell’attenzione linguistica di Roberto Fontanarrosa in questi articoletti
mordi-e-fuggi.
Ed ecco il pregio e insieme il limite di questa raccolta: da un
lato è possibile piluccare i singoli brani come piacevoli intermezzi che
mettono in luce i nostri stessi difetti; dall’altro la godibilità non regge a
una lettura più prolungata e la sequenza perde un po’ di forza man mano che si
procede. Inscrivendosi in un nutrito filone di giornalisti umoristici
latino-americani – e rio platensi in particolare – Arlt non arriva alle vette
del racconto di costume toccate da altri scrittori del genere, basti pensare
alle istantanee narrative di Dorothy Parker sul “New Yorker”.
“Acqueforti” può
quindi essere inteso come completamento di un corpus ricco e interessante che
va dal romanzo alla al teatro e che ha impressionato giganti letterari come
Jorge Luis Borges. Come sempre, ottima l’edizione di Del Vecchio che concede
spazio alle note e apre una finestra curiosa sul mondo della tradizione.
lunedì 1 dicembre 2014
KIKU-SAN La moglie giapponese
Pierre Loti
O barra O, 176 pp., 14 €
L’Ufficiale Pierre Loti sbarca in Giappone nel 1885. Da
circa vent’anni il Paese asiatico è stato forzatamente aperto ai commerci con
l’Occidente e il porto di Nagasaki non appare molto diverso da qualsiasi altro,
agli occhi di un europeo. Eppure per tutta l’estate della sua permanenza nel
Sol Levante resta nel proprietario di questo diario un senso di straniamento
che non si può spiegare con il semplice orientalismo che proprio in quel
periodo, in Francia, stava conquistando artisti e intellettuali. C’è qualcosa
di profondamente differente nell’Arcipelago, una delicata eleganza ricercata e
insieme spontanea che nasce dalle piccole cose e che recentemente Leoanard
Koren ha sintetizzato nelle sue note sul wabi-sabi
quale fondamento dell’estetica nipponica. Si tratta di una qualità immateriale
che richiama il Vuoto; lo stesso concetto sul quale si sofferma Loti, lo stesso
che volevano catturare Ozu e Wenders nei loro film. Nelle pagine di questo libro, il personaggio cerca
un contatto: appena arrivato, prende con sé una ragazza del posto e nel triangolo tra
lui, Crisantemo e Yves, ci sarebbero gli ingredienti per un dramma
sentimentale, se la vicenda non si svolgesse in un clima sempre misurato.
Molti
detrattori hanno criticato lo sguardo esotizzante dell’autore e il suo
atteggiamento “da colonizzatore” ma bisogna riconosce che il marinaio non si presenta
come esperto etnografo. È un viaggiatore che attraversa una cultura Altra e,
pur partendo da parametri di riferimento distorti che lo rendono impermeabile,
tenta di penetrarne il mistero. Ancora oggi i fraintendimenti sono inevitabili:
basta sfogliare i libri di MacFarlane o di Carey per rendersene conto.
“Kiku-san” è interessante sia per la testimonianza storica, sia per il suo
stile dal tocco impressionistico.
Inevitabilmente tornano in mente la Madame Butterfly di Puccini - e la splendita trasposizione grafica di Lacombe, in questi giorni in mostra in Messico -, la Mousmé (!) (signorina) di Van Gogh -
ispirata proprio a Kiku - le foto tenui della Scuola di Yokohama e forse anche
le bambole di Hatsuko Ôno, dato che agli occhi dello straniero le giovani rimangono
dei giocattoli graziosi, piccoli e fragili ma superficiali.
lunedì 24 novembre 2014
HANOI Adriana Lisboa
In una società multiculturale non
esistono riferimenti monolitici e l’identità dipende da una combinazione di
fattori. I personaggi di Adriana Lisboa nascono da queste poliedriche
combinazioni culturali e s’incontrano sul piano della condivisione psicologica,
all’interno del tessuto tipico del melting
pot statunitense. David, figlio di un immigrato brasiliano e di una
messicana, conosce Alex, una vietnamita di seconda generazione, nel giorno in
cui gli viene diagnosticato un cancro. Inizia qui un duplice percorso, all’apparenza
divergente: da un lato lui si distacca dal mondo materiale; dall’altro sembra
assaporare gli affetti famigliari, nel momento in cui sa di doverli perdere. La
sua vicenda e quella della ragazza s’intrecciano, trovando dei punti di
contatto nel senso d’incompletezza che deriva dallo sradicamento e dalla difficoltà
d’inserirsi in Paese respingente. “Hanoi” analizza le implicazioni soggettive
dello stesso sommovimento storico che è alla base della poesia di Huong Nguyen.
Nel processo di accettazione /esclusione la città annamita diventa un luogo
mitico, evocato nei ricordi dei vecchi che sono partiti dal Vietnam per cercare
la fortuna. Il romanzo si sposta quindi su diversi piani, sia temporali sia
spaziali grazie all’uso di registri linguistici alternati: l’inglese diventa
materno per chi è nato su suolo americano, mentre il vietnamita assume un
valore musicale fino a far dimenticare la semantica. Il microcosmo interiore,
modificato dagli eventi, riverbera in comportamenti nei quali ognuno si può rispecchiare,
leggendoli attraverso la propria esperienza.
giovedì 20 novembre 2014
MACONDO: THE WORLD OF GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ Fausto Giaccone
Solo fino a
lunedì, al Palazzo Ducale di Genova saranno esposte le foto del reportage
“Macondo: the world of Gabriel García Márquez”. L’intensità del bianco e nero
di Fausto Giaccone mostra un mondo che è certamente magico ma che, davanti
all'obiettivo, assume la concretezza della realtà. La Colombia caraibica della
“Cuesta” ha un sapore esotico ai nostri occhi ma non si tratta di una visione
falsata in senso deteriore come avveniva nei quadri di Ingres. Aracataca,
Sucre, il Río Magdalena: i luoghi
prendono corpo, spessore e profondità; diventano set tangibili
dell’immaginazione del lettore /osservatore concretizzando l’dea che sia
necessario “Vivere per raccontare”: così
forse si perde parte del fascino della lettura ma si ottiene un effetto
cinematografico nitido e pulito.
Il fotografo
siciliano ha viaggiato in una regione difficile, tormentata da anni di
complicati conflitti, nella quale presente e passato convivono su piani
prospettici paralleli, sequenziali come scatole ottiche. Qui personaggi reali e
fittizi si mescolano ai fantasmi in un’unica iconografia di massa che, se da un
lato cerca d’interpretare la modernità, resta ancorata alla tradizione. Come ha
sottolineato Juan Gabriel Vásquez, troppo spesso l’opinione pubblica dimentica
i traumi recenti per incoronare nuovi eroi che improvvisamente e senza volere diventano portavoce del sentimento
dell’intera nazione. Le persone comuni – le anziane, i musicisti, le famiglie –
sono coinvolte in questo processo che è sia centripeto che centrifugo.
Protagonista assoluto è il Tempo come presenza immobile annidata nella densità
delle ombre, nella capacità della macchina di cogliere la poesia della
contraddizione.
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